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IMPEGNOCARITAS

NEWSLETTER DELLE CARITAS DIOCESANE DELLA SARDEGNA

N. 4, 10 aprile 2022

INSTANCABILI NELLA CARITÀ, RICONCILIATI
CON DIO
E CON I FRATELLI

Caritas diocesana di ALES-TERRALBA

Dopo il buio la luce: Simone salva l’azienda grazie a una raccolta fondi della Caritas

di Stefania Pusceddu

In preparazione alla Pasqua stiamo vivendo un tempo di conversione, di rinnovamento personale e comunitario. Non possiamo, dunque, cedere alla tentazione di rinchiuderci nell’egoismo, per vivere l'amore attraverso segni concreti, nelle relazioni, coltivando la speranza e il bene. La Caritas diocesana di Ales-Terralba con i volontari dei vari centri d’ascolto, offre ogni giorno una grande testimonianza di carità e di speranza, nel curare le ferite di chi soffre. Con impegno, senza stancarsi di fare il bene e di farlo bene, i volontari dimostrano che, anche quando tutto sembra perduto, con l’amore, la preghiera e il conforto si ottiene un’altra possibilità da cogliere. Lo sa bene Simone Rovere, giovane pastore di Uras che pochi mesi fa era disperato per aver perso il suo gregge in un nubifragio. Non aveva ancora compiuto 18 anni quando ha visto morire davanti ai suoi occhi buona parte delle sue pecore. In una sola notte, ha perso circa 90 capi e gliene sono rimasti appena 50, insieme a tanti debiti. Da solo non riusciva più a rialzarsi e, sostenuto dal parroco don Tullio Ruggeri, si è rivolto al Centro d’ascolto  Parrocchia Santa Maria Maddalena di Uras: «All’inizio mi vergognavo un pochino di chiedere aiuto -racconta Simone - ma ero davvero disperato. Non sapevo come fare». Alla Caritas ha trovato volti amici, sorrisi, sostegno e mani tese alle quali aggrapparsi. L’appello lanciato sui social della Caritas diocesana che ha aperto una raccolta fondi è diventato virale. Il cuore generoso degli italiani ha cominciato a battere più forte e tutti si sono sentiti fratelli di questo giovane pastore: «Sono arrivati messaggi e tanta solidarietà da tutta Italia. Non ci aspettavamo così tanto sostegno» sottolinea Mario Concas, uno dei volontari. Un fiume di generosità ha attraversato la penisola intera e le isole: c’è chi ha donato oltre 1000 euro e chi 10 euro, ognuno ha compiuto un grande gesto di altruismo in base alle sue possibilità, mettendoci dentro tanto amore. Sembrava impossibile per Simone salvare la sua azienda e il suo sogno e, invece, con piccoli gesti di tante persone sono stati raccolti oltre 18mila euro per aiutarlo a ricominciare. «Ho ricevuto tantissimo aiuto e conforto. Potrò pagare i debiti, acquisterò attrezzature, mi sposterò in un terreno più sicuro dal punto di vista idrogeologico». E aggiunge: «Ho capito che non bisogna perdere la speranza nemmeno quando tutto sembra perduto, né vergognarsi di avere un problema. Ho avuto un’altra grande occasione. Non lo dimenticherò mai!».

Caritas diocesana di ALGHERO-BOSA

Perseverare nel bene: l’esempio di Fiorella

di Chiara Delogu

Ci sono periodi dell’anno in cui ci sentiamo particolarmente predisposti alla riflessione e alla riconciliazione con noi stessi e con chi ci circonda. La Quaresima è indubbiamente uno di quelli, tempo propizio che ci guida alla Pasqua di Gesù Cristo.
In un inaspettato ambiente post Covid, che è costretto a seguire le restrizioni della pandemia, Fiorella ha iniziato il suo volontariato presso la Caritas diocesana di Alghero-Bosa e, in punta di piedi, si è inserita nel contesto della Mensa: «Non vedere i volti rende tutto più difficile - racconta - perché non sai cosa pensano le persone che vedi. Non sai se hanno una brutta giornata, se sono contenti... e il fatto che dobbiamo distribuire i pasti all’aperto senza avere la possibilità di fermarci a parlare con chi ha necessità rende tutto un po’ meno accogliente».
È un ambiente molto diverso rispetto alle aspettative iniziali, «la cosa più importante è vivere l’esperienza con amore e senza quella fatica che a volte sentiamo addosso. Capita anche a me! Ma proprio quelle volte in cui sento di non farcela, mi reco in Caritas e passano tutti i miei dolori - racconta - perché mi ricordo che non devo pensare solo a me stessa».
Raccontare il bene che ci impegniamo a fare ogni giorno può essere il primo passo per seminare al meglio la parola della Quaresima: «Per me il volontariato è proprio uno dei frutti - dice -; parto dal presupposto che in me c’è qualcosa in più che non mi appartiene, ed è fatto apposta per essere donato». Le nostre passioni, i nostri stimoli, adeguatamente coltivati, mettono radici in noi e germogliano. Educarsi alla carità porta sempre i frutti attesi, anche se a volte tardano a maturare. «La riconciliazione è fondamentale in questo momento per me, perché non amando l’altro non si può amare Dio. E non posso essere in grado di amare se non lo faccio con me stessa, chiedendo perdono e riconciliandomi, ma per me a volte è difficile accettare la grazia del perdono». Non sempre infatti nella vita di tutti i giorni ci si sente degni di questa grazia, soprattutto in un momento di stasi come questo: i giovani dell’età di Fiorella spesso si sentono persi, dei “San Tommaso” che non sanno più a cosa credere, toccando con mano la difficoltà della semina senza la speranza nella mietitura.
Occorre quindi riconciliarsi in questo tempo pasquale, facendo i conti con il periodo di profonda incertezza che caratterizza questi anni ma non perdendo la vera speranza, e perseverando nel bene di Cristo.

Caritas diocesana di CAGLIARI

Il riscatto grazie all'aiuto verso il prossimo

di Maria Chiara Cugusi

L'aiuto al prossimo come opportunità di riscatto. Grazie al Servizio gestione affidati alle misure alternative della Caritas diocesana di Cagliari, Victor sta scontando l'ultima parte della sua pena fuori dal carcere. Oltre ad aver trovato un lavoro, ogni weekend svolge volontariato nella cucina Caritas e nella parrocchia Sant'Eulalia. Così, quel percorso di riconciliazione con se stesso, iniziato durante la detenzione, trova ora realizzazione piena, offrendogli una nuova possibilità di vita. L'attenzione ai più deboli, in cui, grazie a una fede profonda, ha sempre visto il volto di Dio, fa parte della sua indole, fin da bambino, quando, con sua madre catechista, visitava i malati nel suo villaggio, in Nigeria. «Fede che è cresciuta dentro di me permettendomi di andare avanti, nonostante gli errori». Una vita difficile la sua, da quando, adolescente, lascia il suo villaggio per gli studi che poi interrompe per aiutare economicamente la famiglia. Inizia a lavorare nel commercio, prima a Lagos, poi in Turchia, poi a Napoli, dove si trova coinvolto in attività di spaccio.  «Con quei soldi aiutavo la mia famiglia, non mi rendevo conto che non era il modo giusto per farlo». Anni dopo arriva a Cagliari, dove continua la sua attività illegale, a cui segue l'arresto. Da allora inizia un percorso interiore: «Leggevo, pregavo, chiedevo a Dio di aiutarmi a perdonare me stesso. In carcere aiutavo i detenuti più fragili: davo loro forza e ne ricevevo da loro». Qui, l'incontro con i volontari Caritas durante le attività di ascolto: «Mi hanno ridato fiducia in me stesso». Dal marzo 2020 viene affidato alle misure alternative e inizia il volontariato in Caritas, grazie a cui impara ad aiutare gli altri facendo del bene: «In futuro mi piacerebbe creare un ponte tra la Caritas di Cagliari e quella del mio Paese». Un impegno, quello della Caritas fuori e dentro il carcere, iniziato anni fa: con l'ascolto, il magazzino di beni di prima necessità, il progetto Orti sociali con il Rotary club (che lo ha creato), la Casa Leila Orrù per i detenuti in permesso premio, il servizio per gli affidati alle misure alternative, che oggi coinvolge un centinaio di destinatari ogni mese. Si lavora in rete con il cappellano e la pastorale penitenziaria, con cui si porta avanti anche un percorso sinodale in carcere (che si aggiunge a quello svolto fuori), segno di una Chiesa “in uscita” anche dentro le mura detentive, che intercetta i detenuti più emarginati e dà loro speranza.

Caritas diocesana di IGLESIAS

Il seme della gratitudine

di Emanuela Frau

«A chi adesso, dopo la sua scomparsa, mi dice che devo riprendere in mano la mia vita, rispondo che fin da adolescente ho avuto un solo progetto: vedere la mia mamma invecchiare, stare con lei fino a che la vita ci avrebbe lasciate insieme». È così che Daniela (nome di fantasia), affida commossa, al delicato ascolto dell’operatrice della Caritas diocesana di Iglesias, la storia della sua famiglia e il profondo legame che la unisce alla madre, donna generosa che tutti sapeva perdonare, anche quel “padre-padrone” che per 50 anni le ha reso la vita un inferno. «Fin dai primi mesi di matrimonio, mio padre si dimostrò irrispettoso, taccagno e aggressivo, sia verbalmente che fisicamente; lei sperava che cambiasse col tempo». Quando la donna, in una Iglesias degli anni ‘70, decise di lasciare il marito e andar via con i suoi figli, la nonna materna di Daniela la convinse a fare un passo indietro, per evitare uno scandalo familiare. «Neanche le tre denunce alle forze dell’ordine, sortirono alcun effetto. Mio padre promise che sarebbe cambiato al nostro ritorno, invece continuò ad avvilirla e disprezzarla». Un atteggiamento che l’uomo portava alle estreme conseguenze in presenza di parenti e amici. Serbava un’enorme rabbia nei confronti di tutti, in particolare delle donne che considerava (tutte, nessuna esclusa) “poco di buono”. Una misoginia palesata anche nei confronti della figlia, fin dall’infanzia. «Spesso quando alzava le mani su di lei provavo a difenderla, invano perché finiva per picchiare anche me. A 12 anni - aggiunge - scappai di casa; accolta dai genitori di una mia amica, ritrovavo un po’ di serenità; ma dopo qualche giorno ritornavo a casa per non lasciarla sola con lui». Tristi i ricordi legati alle feste natalizie o pasquali che finivano sempre in grandi litigi. Per ovviare alle ristrettezze economiche sua madre trovò un’occupazione dignitosa. «Il lavoro, per lei, era anche un modo per sfuggire a quella prigione in cui la costringeva papà. Lo definiva come una malattia che ti rovina giorno dopo giorno, fino ad annientarti. Ma non lo lasciò comunque. Non conosceva il rancore, metteva una pietra su tutto. Adesso di lui mi occupo io, mamma ne sarà contenta». Disponibile ad aiutare le persone in difficoltà, senza distinzioni, sua madre pensava prima agli altri che a se stessa. Dimostrava gratitudine nei confronti delle persone e del Signore, a cui affidava quotidianamente la sua famiglia. «Mi diceva sempre “grazie figlia mia” soprattutto negli ultimi mesi della malattia. Anche in un recente sogno in cui mi è apparsa, mentre le sistemavo il vestito mi ha detto “grazie a te e ai tuoi amici”. Sono convinta che si riferisse a voi della Caritas, che con il vostro impegno mi state aiutando a riconciliarmi con me stessa e con gli altri e a sopportare il peso della sua assenza».

Caritas diocesana di LANUSEI

Far bene il bene, sempre, nonostante le difficoltà

di Augusta Cabras

«Anche oggi, grazie a Dio, ce l’abbiamo fatta!». Sono queste le parole che Anna Cabiddu pronuncia sempre al termine del suo servizio alla Mensa della Caritas a Tortolì, quando ormai i pasti sono stati preparati, serviti ai tavoli o consegnati a domicilio, quando l’acciaio delle cucine torna a brillare di nuovo e ogni cosa riprende il suo posto, nell’ordine quotidiano. E il servizio al prossimo è questo: fiducia in Dio e negli altri, gratuità, condivisione, ascolto e attenzione. La signora Anna è volontaria per passione da tantissimi anni, prima nella Croce Verde di Tortolì e nell’associazione San Vincenzo de’ Paoli, poi nella Mensa Caritas, fin dalla sua apertura nel 2015. Insieme ad altri volontari si impegna a far bene il bene, anche quando le difficoltà potrebbero suggerirle di star ferma. Dall’alto della sua esperienza di attiva ottantasettenne spiega che bisogna andare avanti finché le forze lo consentono e finché Dio lo vuole. E lei non si è fermata neppure quando una frattura le ha bloccato un braccio o quando l’avvento e la diffusione del coronavirus, con tutto quello che ha generato in termini di paura e di restrizioni, ha stravolto la nostra quotidianità amplificando la sofferenza e la solitudine delle persone più fragili. «Abbiamo continuato - racconta - con tutte le protezioni necessarie, a preparare i pasti anche se la Mensa era chiusa, perché venivano consegnati a domicilio. Sono tante le persone che hanno bisogno e l’aiuto è importante, ancora di più nei momenti di maggiore difficoltà». Così tutti i venerdì della settimana, qualche domenica al mese e durante le feste Anna, insieme alle sue compagne e ai suoi compagni volontari, indossa il grembiule e la cuffietta d’ordinanza, insieme a un sorriso temporaneamente velato dalla mascherina e tra pentole e fornelli rende ad altri la vita più lieta.  «Sono felice di condividere il mio tempo con queste persone, perché sappiamo che hanno bisogno di essere aiutate. Vi racconto questo: in Mensa viene da anni un ragazzo. All’inizio era sempre triste, parlava pochissimo, quasi niente, né con noi, né con le altre persone che mangiavano con lui. Lo abbiamo sempre accolto con amore, con gentilezza e lui a poco a poco ha iniziato a ringraziare, a salutare, a conversare anche con gli altri». Aprirsi, fidarsi delle persone e superare le resistenze, riconciliarsi con se stessi e con gli altri è una chiara, chiarissima, conseguenza del bene.

Caritas diocesana di NUORO

Una vita migliore per Hassan

di Stefania Ruggiu

Maria è una volontaria della Caritas diocesana di Nuoro che, negli ultimi anni, ha instancabilmente operato per un ragazzo che aveva urgentemente bisogno di un porto sicuro cui approdare. Una dedizione maturata nell'ambito dell'impegno della stessa Caritas accanto ai detenuti, attraverso i progetti di ascolto e di supporto a questi ultimi, in collaborazione con la direzione, il cappellano e la Garante del carcere “Badu e Carros” di Nuoro.
Hassan (nome di fantasia) ha 30 anni, è originario della Nigeria ed è uno dei tanti detenuti supportati dai volontari dell'organismo pastorale della carità. Negli ultimi 15 anni la sua vita è stata circoscritta all'interno delle mura del carcere nuorese dove ha scontato la sua pena. Ma, come spesso accade, le difficoltà sorgono una volta riconquistata la tanto agognata libertà.  
Nel 2020, infatti, Hassan è uscito dal carcere e ha trovato un mondo “estraneo” che non gli apparteneva. Ad aiutarlo a superare lo smarrimento trova la Caritas che lo guida nello svolgimento delle pratiche per ottenere i documenti e nella ricerca di un lavoro.
Alla fine dello stesso anno, l'incontro con Maria che lo accoglie a casa sua e nella sua famiglia. Ben presto Maria diventerà la madre che Hassan ha sempre sognato, una guida amorevole che ha come obiettivo quello di educare il ragazzo affinché possa essere inserito nella società. Ma ciò si rivela arduo perché Hassan mostra dei turbamenti caratteriali: inizia a lavorare come bracciante agricolo nell’azienda di famiglia di Maria ma litiga di continuo con i colleghi e, in seguito, si rifiuta di lavorare, non ascoltando nessun consiglio per custodire la riconquistata libertà. Così, per due mesi, si chiude in se stesso rendendo difficile la quotidianità di Maria e della sua famiglia.
Nonostante le innumerevoli delusioni, però, Maria perdona ripetutamente Hassan e continua a seminare amore e comprensione. Agli inizi del 2021 la famiglia della donna gli offre la possibilità di vivere in una casa inabitata di proprietà in modo da conferire maggiore indipendenza al ragazzo.
Entrambi hanno tratto giovamento da questo incontro di reciprocità, perché ha permesso loro di  riconciliarsi con gli altri e con se stessi. Grazie a Maria, Hassan è diventato un panettiere e ha così raggiunto l’indipendenza economica, nonché una maggiore serenità interiore. A sua volta Hassan ha ripagato con il suo affetto la fiducia che la Caritas ha riposto su di lui.

Caritas diocesana di ORISTANO

Il bene, sempre, nonostante tutto

a cura della Caritas diocesana arborense

Chiara è una volontaria che presta servizio nel Centro di distribuzione della Caritas diocesana di Oristano dal 2008. È un’insegnante e, appena andata in pensione, avvertiva il desiderio di fare qualcosa per gli altri. Passava ogni giorno di fronte alla sede della Caritas diocesana e, vedendo tante persone in fila, ha pensato che era il momento di impegnarsi e rendersi utile in qualche modo. Da allora non ha mai interrotto il proprio servizio, nei primi anni ha collaborato presso il Centro di ascolto, passando poi all’accoglienza presso il Centro di distribuzione. Questo le ha permesso di incontrare molte persone e ascoltare molte storie diverse, tutte difficili e complicate, sentendosi spesso, ieri come oggi, impotente tanto da giungere a pensare che il suo servizio non sia sufficiente. I momenti che la mettono maggiormente alla prova sono quelli in cui vede persone che ormai conosce dal primo periodo della sua collaborazione e che attualmente si presentano accompagnate dai propri figli, ormai sposati e, a loro volta, con figli e che chiedono di poter accedere ai servizi della Caritas diocesana. Questo la porta a pensare che la situazione familiare non solo non è migliorata ma è rimasta identica o, in alcuni casi, addirittura peggiorata, «segno – dice – che il disagio, negli anni, si è trasmesso dai genitori ai figli».
Chiara confessa che in quei momenti le dispiace tantissimo che queste persone non siano riuscite a migliorare la propria situazione. «Da credente provo un senso di impotenza - ammette - perché posso fare ben poco di fronte a problematiche veramente difficili come la mancanza di casa o di lavoro». A queste difficoltà materiali spesso si uniscono tanti altri problemi legati alla solitudine, ai conflitti familiari, a separazioni e malattie che rendono tutto più difficile e talvolta portano queste persone allo sconforto e alla disperazione.   
«Con il mio servizio certo non posso risolvere queste situazioni, però credo di poter aiutare a rendere più leggeri i problemi con un sorriso, una parola di incoraggiamento, un piccolo consiglio. Sicuramente è poco rispetto alla gravità dei problemi e io non so se tutti si stiano realmente impegnando per risolverli. So che, se penso a questo, il nostro servizio ci sembra ancora più difficile». I volontari e gli operatori Caritas come Chiara sanno quanto sia impegnativo persistere nel fare il bene ma, nonostante non sempre si vedano i frutti del proprio operato, non si deve mai perdere la speranza.

Caritas diocesana di OZIERI

“Chiamati a remare insieme” per fare il bene

di Stefania Sanna

Instancabilmente, generosamente, quotidianamente, ma soprattutto con il cuore, la Caritas della piccola Diocesi di Ozieri, nella semplicità che la contraddistingue, porta avanti da anni un impegno verso l’altro che sa di accoglienza, comprensione e presenza costante. Un lavoro svolto con attenzione, mettendo in campo le competenze e l'esperienza di anni. Giornate, ore e tempo, sono dedicate a costruire la pace, ad accogliere chi ha bisogno, a cercare di spianare quelle piccole e grandi divergenze che spesso si affacciano al Centro di ascolto. Sono tante le storie, i visi, le lacrime, le pacche di incoraggiamento date sulle spalle e le parole spese per la riconciliazione e la risoluzione di situazioni che spesso nel mondo non trovano ascolto.
«Pensavo di non farcela - racconta Angela - la mia piccola pensione non bastava più! Mia figlia e il marito senza lavoro, dei bambini da crescere. Davanti a un momento così difficile come mamma e come nonna mi sono sentita disperata, schiacciata dal peso di non poter aiutare le persone care e soprattutto di non poter vincere le divergenze e le liti che stavano nascendo in famiglia. Nel Centro di ascolto ho trovato prima di tutto un sorriso, un'accoglienza che mi ha fatto sentire accompagnata, ho percepito subito che veniva messa al centro la serenità e la pace della mia famiglia». Il bene fatto bene, senza troppi schemi, senza troppi perché, non come un compito da svolgere, ma come una missione che con discrezione e amore porta alla costruzione di un mondo più felice.
«Mi sono accorto - racconta un volontario - che dedicare il mio tempo libero al Centro interparrocchiale Beata Elisabetta Sanna non è solo un gesto per aiutare chi ha bisogno, ma è prima di tutto un momento per me, dove posso crescere e sperimentare che il bene e la pace partono da noi piccoli che aggiungiamo ogni giorno un mattone in più nella strada per arrivare all’altro». Non è facile in questo momento di guerra, di pandemia e di indifferenza generale, lavorare per fare il bene ma la nostra Caritas diocesana ha centinaia di testimonianze, ricordi ed esperienze di come proprio nei momenti più difficili, in cui sarebbe più semplice arrendersi, si raccolgono i frutti più belli, le mani si stringono, la solidarietà e la comprensione sono più autentiche. Emerge sempre l'attenzione per l’altro, la cura e la sensibilità che ci spinge ad essere strumenti di una Provvidenza che mai umilia e mai giudica, ma che unisce, arricchisce e fa crescere.

Caritas diocesana di SASSARI

Sempre instancabilmente presenti

di Gianfranco Addis

Le tante e diverse emergenze che stanno caratterizzando questi ultimi anni con la pandemia, l’arrivo dei profughi afghani, la guerra in Ucraina, ci mostrano l’onda della solidarietà sempre in primo piano che coinvolge tante persone prontamente disponibili a donare beni di prima necessità o denaro nelle tante raccolte che di volta in volta vengono attivate. Quello che meno appare è la quotidianità dell’emergenza, una volta passato il momento emozionale creato dalla comunicazione mediatica, quando i riflettori si spengono su persone, situazioni, drammi, e l’emergenza “scompare” perché non viene più mostrata. Questa quotidianità, scandita dalle ore, dai giorni, dalle settimane e dai mesi, è vissuta instancabilmente dalle Figlie della Carità, le suore di San Vincenzo che curano i servizi nell’Ostello come nel Centro diurno, nella Mensa come nel grande complesso di via Solari che accoglie profughi e migranti insieme alle suore anziane. La loro giornata inizia alle 5 del mattino, con la preghiera, e senza soste si conclude verso le 21.30: «A quell’ora ci ritiriamo perché tutte noi abbiamo un’età avanzata e non riusciamo a reggere di più»  spiega suor Andreana quasi scusandosi con la famiglia ucraina che nei giorni scorsi è stata accolta in uno spazio riservato della loro casa di via Principessa Maria, dove ha sede anche il Centro diurno che ogni giorno accoglie persone senza  dimora, offrendo loro la possibilità di fare colazione o merenda, lavarsi e pulire i propri indumenti, stare in un riparo sicuro. Figure materne fragili nel fisico ma solido riferimento per tutti coloro che cercano serenità in una vita difficile, condizionata dal virus della solitudine che sempre ogni povertà genera.
La loro giornata non conosce momenti di relax. Sempre a tempo pieno per dedicarsi alla Mensa, alle famiglie afghane, alle suore anziane, per portare alla lavasecco lenzuola e coperte utilizzate per gli ospiti dell’Ostello, per provvedere alle manutenzioni delle diverse strutture di accoglienza, per dialogare con gli enti sanitari e sociali interessati all’accompagnamento delle persone che si affidano a chi ha fatto della propria vita un dono totale, senza fare mancare il sostegno e l’incoraggiamento ai volontari che si affiancano a loro in questo servizio continuo, ostinatamente rivolto alla ricerca del bene, segno efficace di riconciliazione con Dio e con i fratelli tutti, alimentato dalla preghiera, centro e motore di tutta la giornata.

Caritas diocesana di TEMPIO-AMPURIAS

Perseverare nella formazione e nell'ascolto per il bene dei poveri

di don Daniele Murrighili

Una figura che persevera nel fare il bene è suor Luigia Leoni. Dal 1990 direttrice della Caritas diocesana di Tempio-Ampurias, per 26 anni, incaricata dall’allora vescovo mons. Meloni. La religiosa, ora, dirige la Casa della letizia, una comunità composta da una ventina di disabili psichici.
In Suor Luigia traspare una beata dolcezza che è segno di un abito, quello dell’ordine delle Figlie di Gesù Crocifisso, non solo indossato, ma vissuto con impegno e dignità. Il suo essere vera figlia di un Cristo che ha sofferto e il suo sentire “innato l’amore per la carità”, si è riversato nell’aiuto ai bisognosi. La religiosa ha trasmesso lo stesso affetto instancabile di una madre verso i propri figli e può raccontare innumerevoli vicende vissute, mentre aiutava la mano dell’amore di Dio che è Caritas a lenire le ferite di chi ha cercato aiuto. Tutto ciò, le ha consentito di maturare l’esperienza necessaria per svolgere il suo servizio anche come delegata regionale e componente del Consiglio nazionale e della Presidenza di Caritas Italiana, per cinque anni. Suor Luigia racconta che a seguito di una «adeguata sensibilizzazione dei parroci ottenuta con l’aiuto di personalità autorevoli invitate per lo scopo», ha trovato la cooperazione necessaria per «garantire i collaboratori più adatti al servizio in Caritas e assicurare loro un'adeguata formazione in diocesi e a Roma». Proprio grazie alla formazione dei volontari è nato un Centro di ascolto diocesano con uffici satellite in tutte le parrocchie e la religiosa è stata nominata dal vescovo mons. Atzei  prima presidente della Fondazione regionale antiusura Santi Simplicio e Antonio, nata come segno diocesano per il giubileo del 2000. Nel seno del Centro di ascolto prenderà vita anche l’Osservatorio delle Povertà e delle Risorse, utile a censire tutte le povertà, ma soprattutto a valutare le risorse per cercare di dare risposte. Alla domanda: “quale messaggio vorrebbe lanciare ai nuovi operatori Caritas?” Suor Luigia risponde «dovrebbero affinare sempre di più la loro capacità di ascolto e mai mettere da parte la formazione continua». Grazie, infatti, all’impegno di ciascuno, nel coltivare i propri valori morali e intellettuali, si è favorita una adeguata crescita personale e comunitaria degli operatori, la quale ha condotto l’organismo pastorale della carità «a evolversi, sempre di più e sempre meglio, nel tempo e nello spazio del mondo come segno di amore di una vera Chiesa che lotta».

 
 

(Alghero-Bosa)
Fiorella, volontaria Caritas diocesana di Alghero-Bosa

 
 
 
 
 
 
 

(Alghero-Bosa)
Volontari della Caritas impegnati nella sistemazione
dei viveri destinati ai più bisognosi

 

(Lanusei)

Anna Cabiddu, volontaria nella Mensa della Caritas

(Lanusei)

Il servizio della Mensa Caritas a Tortolì

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(Oristano)
Suor Eleonora e Suor Giulia in servizio
presso il  Centro di distribuzione

(foto di Massimo Serra)

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(Ales-Terralba)
Simone Rovere nella sua azienda a Uras

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(Ales-Terralba)
L'appello alla raccolta fondi sui social

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(Cagliari)
Victor, volontario presso la Mensa Caritas

(Cagliari)
Victor e la referente dell'area carcere e del Servizio gestione affidati alle misure alternative Silvia Piras

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(Tempio-Ampurias)
Suor Luigia che saluta un ospite della Casa della letizia

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(Tempio-Ampurias)
Uno dei numerosi corsi di formazione
per operatori Caritas

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(Sassari)
Le suore Figlie della Carità nella Mensa di San Vincenzo

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(Sassari)
Le suore nell'Ostello di via Galilei

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(Ozieri)
Un momento di accoglienza nel Centro di ascolto Caritas

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(Ozieri)
Un particolare del Centro interparrocchiale
Beata Elisabetta Sanna

(Nuoro)

Un momento della giornata lavorativa di Hassan
nell’azienda familiare di Maria

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(Nuoro)

Hassan impegnato a lavorare la terra
destinata alla produzione di ortaggi

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(Oristano)
Chiara, volontaria Caritas, impegnata
nell'accoglienza nel Centro di distribuzione

(foto di Massimo Serra)


 

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(Iglesias)

Veduta del centro storico di Iglesias con le sue mura

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(Iglesias)

Mani di madre e figlia

Foto di Jake Thacker on Unsplash

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